Coronavirus Pesaro, in quarantena da 85 giorni. L’odissea di Michele

Pesaro, 29 maggio 2020 – E’ barricato in casa dall’8 marzo: 85 giorni di clausura, tenuti in ostaggio da 6 tamponi, di cui il primo negativo, il secondo positivo e gli altri tutti indefiniti. Ciò significa che vanno ripetuti. Michele Diotallevi, titolare della storica pizzeria ‘Lele’ di via Giolitti, aperta nel 2001, ha chiuso il suo locale il 9 marzo. “Per responsabilità”, dice. Da quel giorno, infatti, per lui è iniziato un incubo senza fine.

E’ stato giusto chiudere – racconta il pizzaiolo -, perché non mi sentivo tanto bene e infatti ho passato tre settimane a casa con la febbre alta e i tipici sintomi da Covid-19: la perdita di gusto ed olfatto, dolori muscolari e debolezza. Dopo 15 giorni, il medico mi ha messo in lista per fare il tampone. E da lì è iniziato un iter interminabile: sono arrivato a farne 6 e ancora non ho finito”. “In sostanza, dopo il secondo, risultato positivo, ho dovuto fare altri 15 giorni di quarantena – prosegue Diotallevi – e da lì è partito un nuovo iter di tamponi, risultati tutti indefiniti. Il che vuol dire che non sono positivo al Coronavirus, ma che ho una carica virale molto bassa, tale da non poter essere considerato nemmeno negativo. Per questo, i tamponi devo continuamente ripeterli. Ma dal punto di vista sanitario, non sono stato affatto supportato. Devo solo ringraziare il mio medico che mi ha fatto da tramite per avere i risultati. Ora incrocio le dita per i prossimi due tamponi: uno dovrò farlo il 30 maggio (domani, ndr) e l’altro il 3 giugno. Ma finché non risulteranno entrambi negativi, non posso muovermi di casa. In pratica, è come se fossi infetto, ma di fatto non lo sono. Mi sento veramente agli arresti domiciliari

La preoccupazione, per il noto pizzaiolo pesarese, nasce anche dal fatto che l’attività, essendo ancora chiusa, non sta più producendo reddito, ma le spese rimangono comunque le stesse: “Ho una famiglia da mandare avanti – sottolinea Diotallevi -, se la situazione continua ad essere questa, sarò costretto a chiudere. Per questo vorrei fare un appello alle istituzioni, poiché, dal punto di vista sanitario, devono essere date risposte più celeri per casi come il mio. Ogni mese mi si stanno accumulando tasse e affitti, ma se non incasso con cosa pago? Ora i miei due dipendenti sono in casa integrazione, ma le spese fisse comunque ci sono. Unica nota positiva è aver avuto il bonus di 600 euro per due mensilità: è un piccolo aiuto, ma non risolve la situazione. E’ assurdo dover essere abbandonati in questo modo”.

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